Certi critici non la capiranno mai, così come alcuni giornalisti che fin troppo spesso non aspettano altro che scagliarsi contro Gasperini. Prevenuti? Può essere, altrimenti non si spiegherebbero certi commenti spazzatura tesi a evidenziare solo conflitti interni all’Atalanta tra proprietà e allenatore.
Ogni occasione è buona, poi, però arriva l’ennesima grande prestazione della squadra, questa volta contro il Barcellona, non certo il Fossombrone di Sotto come avrebbe sottolineato anni fa il buon Nedo Sonetti, e così come si erano messi in evidenza criticando le parole di Gasperini alla vigilia della partita di Champions, tornano in un angolo.
Ma davvero si vuole continuare ad attaccare l’allenatore dell’Atalanta per le sue dichiarazioni?
Qual è lo scopo di certi personaggi che amano pontificare spesso davanti a una telecamera facendo del facile moralismo di bassa lega?
Siamo così sicuri che i meriti di tutti i grandi successi e di questa splendida metamorfosi della Dea di questi ultimi nove anni appartengano a una sola componente?
C’è chi incensa la Società, chi si spella le mani per applaudire il tecnico, altri che inneggiano ai giocatori per le loro prestazione in campo.
Ma se per una volta, una sola, provassimo invece a intravedere un lavoro di gruppo che ha dell’incredibile?
Certo, magari un’intervista rifiutata da Gasperini a una televisione può creare acredine soprattutto in quella categoria di giornalisti permalosi e spesso presuntuosi che pensano di interpretare il ruolo di burattinai del calcio. Certi commenti alle parole del tecnico di Grugliasco a poche ore dal match contro il Barcellona sinceramente però ci sono sembrati pretestuosi e carichi di astio.
Chi se ne frega direte voi e avete pure ragione. Di sicuro è sbagliato dare troppa importanza a certe critiche, anche perché molto spesso non arrivano neppure da gente che conosce a fondo l’ambiente atalantino. Nella vittoria, così come nella sconfitta, meriti e lacune vanno equamente divise. Che poi Gasperini sia un tecnico di grande spessore, capace in questi anni di far crescere un grande numero di giocatori valorizzando le loro qualità e consentendo alla Società di far lievitare il patrimonio della rosa a bilancio, su questo non ci piove.
E qui entra in campo il fattore cuore, quell’orgoglio bergamasco entrato nel DNA di molti giocatori capace di moltiplicare le forze portando a grandi imprese. Mercoledì scorso In campo per lunghi tratti non si è capito bene chi fosse delle due il Barcellona, altro che blasone e allure del grande calcio cucito addosso solo agli spagnoli. Invece no, a partire dai tremila bergamaschi sugli spalti, passando per i giocatori e i dirigenti e non certo per ultimo l’allenatore e il suo staff, chi ancora una volta ha impressionato è stata l’Atalanta.
Nono posto al termine della prima fase di Champions, numeri e statistiche che la dicono lunga sulle prestazioni europee dei nerazzurri. Per non parlare del campionato, della Coppa Italia e di quello che potrà essere ancora l’imminente futuro. L
’orgoglio bergamasco è inesauribile, che si vinca o si perda. Le polemiche invece appartengono alla schiera di denigratori pronti a uscire alla prima occasione dalle sabbie mobili della mediocrità. Ancora una volta l’Atalanta ha dimostrato di che pasta è fatta, al di là delle assenze per infortunio o della stanchezza che può affiorare giocando da tempo ogni tre giorni. E fortunatamente non è finita qui e di partite esaltanti con nuove sfide a breve ce ne saranno ancora. Magari partendo proprio da questa contro il Torino. L’ennesima gara delicata che genera entusiasmo tra chi veramente ama questi colori.
Tutto il resto, come cantava Califano, è noia, ma molto spesso anche programmata spazzatura.
